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Lavoro povero, meno innovazione

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Torna il fantasma dell’articolo 18. Con la delega lavoro in materia di riordino delle forme contrattuali si è aperto in Senato il secondo round della discussione sul Jobs Act. Il tema sul tappeto è quello del contratto “a tutele crescenti”. L’articolo 4 della delega lavoro ne delinea alcune caratteristiche e, tra queste, si esclude l’applicabilità dell’articolo 18 (che rappresenta ancora il cardine della garanzia limitativa dei licenziamenti, per quanto già modificato in senso restrittivo dalla riforma Fornero del 2012), in quanto nei nuovi contratti “a tutele crescenti” il recesso da parte dei datori di lavoro sarà senza vincoli nei primi tre anni. Il passaggio è epocale: dopo l’estensione con il decreto lavoro (il primo pilastro del Jobs Act) del contratto a termine “acausale” fino a una durata massima di 36 mesi, il governo intende introdurre un’ulteriore forma atipica contrattuale, che – se sommata al rimodulato contratto a termine – può estendere la precarietà del rapporto di lavoro fino 6 anni. E dopo? Nessuna garanzia di stabilizzazione.

Tralasciando gli ulteriori aspetti controversi connessi alla delega lavoro, è utile concentrarci sulle conseguenze economiche della flessibilità, per valutare se il contratto a tutele crescenti, e l’azzeramento dell’articolo 18, possono rimuovere gli ostacoli alla ripresa economica, e rilanciare l’occupazione duratura e la produttività. Da quasi 10 anni, insieme a molti economisti e giuristi del lavoro – e andando spesso controcorrente rispetto al pensiero dominante – abbiamo denunciato, attraverso lavori scientifici e pubblicistica, i rischi connessi alla deregolamentazione del lavoro quando tale trasformazione non viene accompagnata da una parallela riorganizzazione dei settori produttivi, dalla formazione permanente, da un welfare adeguato e da una politica industriale lungimirante, sia a livello nazionale che europea. Nel nostro paese, che manca da due decenni almeno di definire gli obiettivi industriali di lungo periodo, di selezionare i settori strategici produttivi, di investire nella ricerca e nella formazione, e che è deficitario da 25 anni nella formulazione di un piano nazionale per l’energia, la possibilità che la flessibilità del lavoro sia un elemento negativo e deviante rispetto alle traiettorie di sviluppo più virtuose, è elevata.

I dati confermano purtroppo questa aspettativa. Secondo l’Ocse, l’Italia è ormai da un quindicennio con il mercato del lavoro più flessibile tra i paesi europei (non il più rigido come spesso erroneamente si dice). Valesse l’equazione della “flessibilità espansiva” saremmo dunque a posto. Invece, siamo anche il paese ove più alta è la disoccupazione, minore la produttività, più declinante il tasso di crescita del Pil, in aumento le disuguaglianze del reddito e della ricchezza, più bassi gli investimenti e l’avanzamento tecnologico, amplificato il senso di incertezza e disagio economico e sociale di lavoratori e famiglie. È tutta colpa della rigidità del lavoro? La responsabilità della caduta è esclusivamente sulle spalle dei sindacati e dell’articolo 18? L’incompleta deregolamentazione del mercato del lavoro (come spesso sostenuto dai liberisti più convinti) è alla radice di questo declino, o più verosimilmente qualche altro fattore alimenta la traiettoria negativa? Andiamo con ordine.

L’effetto delle riforme va valutato nel quadro macroeconomico e normativo in cui maturano e si inseriscono. Se si adotta questo approccio, e si guarda con attenzione alle trasformazione del nostro sistema produttivo e normativo dell’ultimo ventennio, emerge che in Italia la flessibilità del lavoro è stata interpretata dalle imprese come il sostituto della flessibilità del cambio persa con l’adozione dell’euro. Le due flessibilità non sono però equivalenti: alla competizione esterna delle merci sui mercati internazionali – attuata principalmente attraverso le svalutazioni competitive, ma con disimpegno negli avanzamenti tecnologici e nell’accumulazione, già a partire dagli anni ottanta del mitico “piccolo è bello” – si è sostituita la competizione interna tra capitale e lavoro, per la distribuzione del reddito nazionale tra profitti e salari. Non a caso, è proprio verso la fine degli anni novanta che si accende il primo scontro sull’articolo 18.

Questo conflitto economico e sociale, interno al paese, si inasprisce negli anni più recenti, mano a mano che la redistribuzione del reddito a favore dei profitti alimenta gli investimenti finanziari e speculativi, che si sostituiscono a quelli reali, spiazzandoli e depauperando progressivamente la struttura produttiva del paese, l’accumulazione di capitale e indebolendo, infine, la produttività e i salari. L’effetto ultimo della deregolamentazione del lavoro in Italia – e della parallela politica di moderazione salariale accettata con responsabilità e sacrificio dai sindacati per favorire lo scambio (poi largamente disatteso dalle imprese) tra i minori salari oggi a fronte di maggiori investimenti e nuovi posti di lavoro qualificato domani – è stato perciò il rallentamento dell’accumulazione di capitale, del progresso tecnologico, dell’intensità di capitale, della produttività e dei salari, che agganciati a una produttività sempre più declinante, e a un mercato del lavoro sempre più debole e disarticolato rispetto alle relazioni industriali (si pensi alla vicende Fiat), sono retrocessi, sia in termini nominali che reali.

Per dirla in breve, la diminuzione, implicita ed esplicita del costo del lavoro attraverso la flessibilità e le svalutazioni interne, ha spinto le imprese a frenare gli investimenti e dunque il rinnovamento tecnologico, convinte che la redistribuzione del reddito a loro favore (in media 10 punti percentuali di Pil annuo rispetto ai primi anni novanta) avrebbe comunque sostenuto i profitti nel tempo. Naturalmente, ciò non è accaduto, e nel medio periodo la contrazione della produttività e la caduta della competitività a seguito del disinvestimento, tangibile e intagibile, ha trascinato nel baratro della recessione non solo il lavoro, ma anche le imprese. La crisi finanziaria internazionale, con i suoi risvolti tutti europei, ha fatto il resto.

Oggi, il mercato del lavoro italiano, o meglio, ciò che ne resta, dovrebbe essere affiancato da innovazioni non solo tecnologiche, ma anche da quelle nel campo del welfare e della formazione, anziché essere ulteriormente parcellizzato e precarizzato con la cancellazione dell’articolo 18. Le risorse però non ci sono, e il governo dovrà affrontare a breve l’ennesima manovra correttiva. Perciò, l’articolo 18 non rappresenta solo una norma di parità con il datore di lavoro e di tutela contro gli abusi di illegittimità, ma la sua difesa è anche il segnale più netto che la ripartenza del paese deve avvenire riavviando gli investimenti e la domanda aggregata, chiamando al tavolo della responsabilità primariamente il sistema delle imprese e della politica nazionale ed europea.

*Professore di Economia politica all’Università di Urbino

http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2014/10/1/42534-lavoro-povero-meno-innovazione/

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Censis: da inizio crisi 62mila nati in meno all’anno

-3,7% nel 2013 rispetto al 2012, con un tasso che passa da 9 a 8,5 nascite per mille abitanti. In Europa peggio di noi solo la Germania. Tra le cause, la mancanza di politiche pubbliche a sostegno della famiglia…

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L’Italia diventa sempre più un paese di vecchi e per vecchi. Nel 2013, si è registrata una riduzione delle nascite del 3,7% rispetto al 2012, con il tasso di natalità calato da 9 a 8,5 nati per mille abitanti. Il dato è emerso dall’indagine della Censis “Diventare genitori oggi”, presentata presso la Biblioteca del Senato. I numeri risultano ancora più allarmanti se confrontati con quelli degli anni pre-crisi: nel 2008 i neonati furono 576.659, nel 2013 appena 514.308. Dall’inizio della crisi, cioè, l’Italia ha “perso” oltre 62mila nuovi nati l’anno.

In classifica svettano Francia e Gb – Con l’ultimo calo l’Italia si mette al pari del Portogallo, penultimo in classifica, ad una incollatura dalla Germania che ha 8,4, una differenza statisticamente poco significativa. Dall’altra parte della classifica svettano invece Gran Bretagna e Francia, rispettivamente con 12,8 e 12,6.

Scarse politiche di sostegno delle coppie – Oltre alla crisi, a pesare sulle difficoltà di procreazione degli italiani c’è anche l’insufficienza delle politiche pubbliche a sostegno della famiglia. Il 61% degli italiani è infatti convinto che le coppie sarebbero più propense ad avere figli se migliorassero gli interventi pubblici. Sgravi fiscali e aiuti economici diretti sono le principali richieste (71%), il 67% segnala l’esigenza di potenziare gli asili nido, il 56% fa riferimento ad aiuti pubblici per sostenere i costi per l’educazione dei figli (rette scolastiche, servizi di mensa o di trasporto). La consapevolezza della denatalità è molto elevata, l’88% sa che oggi si fanno pochi figli e per l’83% è la crisi che rende più difficile la scelta di avere un figlio.

Figli per i single e le coppie omosessuali – Questa percentuale supera il 90% tra i giovani fino a 34 anni, coloro che subiscono maggiormente l’impatto della crisi e allo stesso tempo sono maggiormente coinvolte nella decisione della procreazione. Guardando alla famiglia e alle sue nuove forme, il 46% degli intervistati ritiene legittimo per i single avere la possibilità di diventare genitore e il 29% pensa sia giusto anche per le coppie omosessuali. Giudizi sui quali, sottolinea infine il Censis, la fede religiosa ha un’influenza limitata: è d’accordo il 43% dei cattolici praticanti nel primo caso e il 23% nel secondo.

La fecondazione eterologa – Quattro italiani su dieci, inoltre sono favorevoli alla fecondazione eterologa. La percentuale cala al 30% tra chi si dichiara cattolico praticante, per salire al 65% tra i non credenti. Più elevate le percentuali dei favorevoli all’inseminazione omologa in vivo e in vitro. Sul tema dell’eterologa, inoltre, il 35% è favorevole alla diagnosi pre-impianto (il 29% tra i cattolici praticanti), ma solo il 14% concorda con la possibilità di ricorrere alla maternità surrogata (il cosiddetto “utero in affitto”) e appena il 9,5% è favorevole alla possibilità di scegliere in anticipo il sesso del nascituro.

http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2014/10/01/censis_calo_nascite_italia_figli.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+SkyitTg24+%28Tg24+-+Sky.it%29

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Conti pubblici: fabbisogno settembre sale a 18,1 mld, 9 mesi -7,7 mld

Sale a 18,1 mld il fabbisogno a settembre, che si confronta con il fabbisogno di 14.867 milioni del mese di settembre 2013. Nei primi nove mesi dell’anno il fabbisogno si è attestato a circa 68,6 mld, con un miglioramento di oltre 7,7 mld rispetto allo stesso periodo del 2013.

Il confronto con il fabbisogno registrato nel settembre dello scorso anno, spiega il Mef, evidenzia il pagamento di maggiori interessi sul debito pubblico dovuti unicamente ad una diversa calendarizzazione delle scadenze dei titoli e maggiori prelevamenti dai conti di tesoreria, anche per effetto dell’applicazione della normativa sull’accelerazione del pagamento dei debiti pregressi della pubblica amministrazione. Si segnalano, inoltre, maggiori rimborsi in conto fiscale rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Gli incassi fiscali del mese risultano complessivamente in linea con quelli realizzati nel settembre 2013, risultato che sottende un contenuto aumento dei versamenti effettuati con il sistema F24.

http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2014/10/01/conti-pubblici-fabbisogno-settembre-sale-mld-mesi-mld_OCxANyHqkmEhBaLoMQyQzM.html

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La Liberia rischia l’esplosione sociale a causa dell’Ebola

Nelle strade della capitale è tornata la fame
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Monrovia, 29 set. (TMNews) – Sistema sanitario al collasso, forze di sicurezza malate e mal equipaggiate, economia in panne: l’Ebola sta portando la Liberia, il paese più toccato dall’epidemia che ha colpito l’Africa occidentale, a rischio esplosione sociale. La scorsa settimana il ministro dell’Informazione, Lewis Brown, ha denunciato il rischio di una nuova guerra civile nel paese, appena uscito da due conflitti (1989-2003) costati la vita a circa 250.000 persone.

Senza arrivare a paventare nuovi conflitti, numerosi osservatori hanno però già lanciato l’allarme sui rischi elevati corsi dal paese a causa dell’epidemia. “Siamo molti preoccupati: se ci saranno migliaia o decine di migliaia di nuovi decessi, questo avrà effetti molto destabilizzanti”, ha dichiarato Sean Casey, direttore delle operazioni contro l’Ebola per conto dell’ong International Medical Corps. “I rischi di esplosione sociale sono molto elevati. C’è paura, frustrazione, rabbia per l’impotenza del governo e per la destabilizzazione economica collegata”, ha aggiunto un altro operatore umanitario sotto anonimato.

Monrovia, capitale con oltre un milione di abitanti, un’urbanizzazione selvaggia e forti disuguaglianze, è pronta a infiammarsi in ogni momento. Come avvenuto sabato scorso, quando la polizia è intervenuta per un cadavere in strada, vittima di un omicidio. All’arrivo di un camioncino con la scritta Ebola, chiamato per precauzione, dalla piccola folla che si era radunata attorno agli agenti sono partite urla e pietre. Almeno sei uomini sono stati arrestati al termine di una breve colluttazione che ne è seguita.

La situazione è tesa anche in alcuni centri di cura per l’Ebola, dove i malati vengono stigmatizzati e dove ogni giorno si ritrovano i parenti in attesa di notizie. “Supplichiamo la comunità internazionale perchè trovi una soluzione prima che qui esploda tutto!”, ha urlato Kevin Kamal, un giovane uomo, in mezzo a una folla furiosa.

Le forze di sicurezza ridotte all’osso non intervengono: cominciano infatti a perdere personale e sono diverse le stazioni di polizia chiuse dopo la morte degli agenti per Ebola. Secondo una fonte diplomatica, una base militare situata alla periferia di Monrovia avrebbe registrato 30 soldati malati.

Il sistema sanitario, già allo stato embrionale prima della crisi (con una cinquantina di medici e un migliaio di infermieri per 4,3 milioni di abitanti), è stato il primo a pagare per l’epidemia, con la morte di 89 sanitari sui 184 colpiti dal virus, stando ai dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). “Molti ospedali sono chiusi oggi perché il personale è morto”, ha dichiarato Sean Casey. Lo stesso Bernice Dahn, il più alto dirigente del sistema sanitario, è stato posto in quarantena per 21 giorni (periodo massimo di incubazione del virus) dopo la morte del suo vice per Ebola.

Ma sono tutti i settori della società a essere toccati dalla crisi: da mesi le scuole sono chiuse a tempo indeterminato e la disoccupazione è esplosa, mentre l’economia, formale e informale, si è bloccata. E nelle strade di Monrovia è tornata la fame: “Prima guadagnavo 1.500 dollari (liberiani, circa 13 euro) al giorno, ora è difficile arrivare a 500 (4 euro). Stanno tutti chiusi in casa”, ha raccontato Davy Kerkula, padre di tre figli, tentando di vendere cinture agli automobilisti a un bivio. “Non mi bastano per sfamarli. Ho bisogno di almeno 800 dollari al giorno (meno di 7 euro)”. (fonte Afp)

http://www.tmnews.it/web/sezioni/esteri/la-liberia-rischia-l-esplosione-sociale-a-causa-dell-ebola-PN_20140929_00108.shtml

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Padoan: stime crescita troppo ottimistiche, ci aspetta una fase preoccupante

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«Abbiamo di fronte a noi una combinazione molto preoccupante, fatta di bassa crescita, scarsi investimenti, alta disoccupazione, bassa o nulla inflazione in un contesto in cui il debito rimane elevato»: lo ha detto oggi il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan parlando dell’economia europea alla Camera.

Padoan: pressioni sul deficit siano più simmetriche. «Le pressioni all’aggiustamento di bilancio su paesi in deficit sono più forti – dice Padoan – ma queste pressioni dovrebbero essere più simmetriche. Serve un approccio qualitativo prima ancora che quantitativo alle politiche di bilancio».

«La vera sfida per la Ue e l’Italia sono le riforme strutturali». «Le riforme strutturali sono la vera sfida per l’Europa e sicuramente per il nostro Paese» sostiene il ministro.

«Serve “policy mix”, l’austerità non basta». «Il nuovo approccio, la nuova parola nella Ue è “policy mix” – dice Padoan – non più solo austerità, ma miglior uso possibile degli strumenti che abbiamo a disposizione».

«Stime di crescita troppo ottimistiche». «Le stime di crescita sono state eccessivamente ottimistiche fino a pochi mesi fa – sottolinea il ministro – La crescita si è dovuta spostare più in là nel tempo e alcune cause non sono state ben comprese. I problemi che abbiamo di fronte sono più profondi di un semplice andamento ciclico».

«Dall’Italia forti sforzi per aggiustare il bilancio». «La prima cosa che l’Europa ha fatto per riprendersi dallo choc della crisi è stata mettere rapidamente in equilibrio la finanza pubblica, che ha portato anche al Fiscal compact, e l’Italia ha fatto uno sforzo molto intenso di aggiustamento fiscale e contribuito alla sostenibilità della finanza pubblica».

«Nel fiscal compact anche situazioni eccezionali». «Il fiscal compact è stato concepito in un quadro macroeconomico più favorevole, andrebbe tenuto conto delle difficoltà del quadro e delle circostanze eccezionali soprattutto di alcuni Paesi – sostiene il ministro – Questo strumento va reso più potente e orientato alla crescita. Oggi siamo in semistagnazione».

http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/miistro_padoan_economia_crisi_riforme_deficit_crescita_disoccupazione/928435.shtml

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Lavoro, il momento della verita’ per il Pd

(AGI) – Roma, 29 set. – “Complimenti a Bonaccini per la vittoria alle primarie in Emilia Romagna. Adesso tutti uniti al suo fianco, andiamo avanti per vincere le elezioni e confermare il centrosinistra al governo della regione”. Parole che intendono trasmettere un’idea di forza e unita’, quelle usate dai vicesegretari Pd, Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini, dopo l’esito delle primarie per decidere chi sostituira’ Vasco Errani alla presidenza della Regione. Parole che giungono, comunque, all’indomani di un tornata contrassegnata da una inaspettata diserzione delle urne da parte della base del partito. Difficilmente un segno rassicurante, in un momento in cui i democratici devono affrontare un nodo delicato come la riforma del mercato del lavoro.
L’appuntamento e’ tra poche ore, il luogo la sala che ospitera’ la direzione del Pd. Alle 17 saranno circa in 200, nella sede del Nazareno, a confrontarsi. Dall’esito della discussione si capira’ molto del futuro immediato del governo, e non solo.
Siamo alla pretattica prima dell’uscita dagli spogliatoi. I Giovani Turchi, corrente non renziana ma nemmeno pregiudizialmente ostile al premier, fanno sapere che prima dell’inizio si vedranno, per conto loro, per decidere il da fare. Matteo Orfini, presidente dell’assemblea del Pd e giovane turco anziano, via twitter non esclude un si’ alle proposte di Renzi, ma non lo da’ per nulla per scontato. Nelle sue parole: “Servono robuste correzioni. Su alcune correzioni sono arrivate risposte positive, su altre no”.
Forse tra queste ultime va annoverata anche la presa di posizione di Giuliano Poletti, ministro competente sulla riforma. Sul tema del reintegro “il presidente del Consiglio e’ stato molto chiaro”, taglia corto. Come a dire che ammorbidimenti non ci saranno.
Come ne uscira’ la Ditta? Ancora presto per dirlo. Nel frattempo, prudentemente, Giorgio Napolitano riceve Renzi al Quirinale, per un colloquio non breve.
Secondo quanto e’ dato sapere, il premier ha riferito sulla sua partecipazione e sull’andamento dell’Assemblea generale dell’Onu. Ma il colloquio ha riguardato anche gli sviluppi prossimi dell’attivita’ parlamentare, si fa sapere ancora. Il che vuol dire molte cose. (AGI) .

https://www.agi.it/politica/notizie/lavoro_il_momento_della_verita_per_il_pd-201409291425-pol-rt10145

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Camusso attacca Renzi: “vuole dare a imprese libertà’ di licenziare”

Segretaria Cgil boccia la proposta del premier: non mi pare che ci sia ne’ nella legge delega nè nelle sue parole l’intenzione vera di ridurre il precariato.
ROMA (WSI) – Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, boccia la proposta del premier Matteo Renzi di un’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori a fronte di una eliminazione dei contratti di lavoro precari.

“Renzi non sa – ha detto Camusso entrando nella sede della Cisl dove e’ in programma una riunione con le altre sigle sindacali – che i co.co.co come modello contrattuale non esiste piu’, vale solo per i pensionati. E’ stato sostituito da altre forme come i voucher e i contratti a progetto. Si puo’ fare propaganda o un ragionamento serio”.

Oggi direzione Pd sul lavoro. Renzi, “via i contratti precari”
“Non mi pare che ci sia ne’ nella legge delega ne’ nelle parole di Renzi l’intenzione vera di ridurre il precariato”. Poi Camusso ha aggiunto: “Siamo pronti a un’estensione” dell’applicazione dell’articolo 18 anche ai sindacati. “Come tutti i partiti politici, la Chiesa e tutte le organizzazioni di tendenza anche nel sindacato non si applica l’articolo 18″.

E ancora. “Ieri sera Renzi per la prima volta nella storia di questo Paese ha detto che il punto e’ la garanzia alle imprese della liberta’ di licenziare. Mi sembra – ha osservato Camusso – che oggi su questo bisogna concentrarsi”.
Duro anche il segretario della Uil, Luigi Angeletti. Interpellato su quanto dichiarato ieri da Renzi, secondo cui nelle organizzazioni sindacali non si applica l’articolo 18, Angeletti ha affermato: “Noi siamo organizzazioni di tendenza. Renzi non conosce nemmeno la Costituzione”.

Secondo Angeletti abolire l’articolo 18 non ha senso. “E’ comprensibile a tutti che ci siano lavoratori con tutele e altri con zero tutele. Facciamo in modo che, senza togliere niente a nessuno, proteggiamo un po’ di piu’ chi non ha tutele”.

http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1742765&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+wallstreetitalia+%28Wall+Street+Italia%29

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Padoan ammette: “quadro peggiorato, tutte le manovre più difficili”

Il ministro economia: bisogna riconoscere che il fiscal compact è stato concepito in un contesto in cui il quadro macroeconomico era più favorevole di quello attuale.
ROMA (WSI) – “Il quadro macroeconomico oggi è di semi-stagnazione e di inflazione decisamente troppo bassa per rassicurarci e in questo contesto tutte le manovre di aggiustamento sono più difficili, ma noi continueremo a perseguirle”. Lo ha affermato il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in occasione della Conferenza interparlamentare sul fiscal compact in Aula alla Camera.

“Bisogna riconoscere – ha aggiunto Padoan – che il fiscal compact è stato concepito in un contesto in cui il quadro macroeconomico era più favorevole di quello attuale e andrebbe tenuto conto del nuovo quadro macroeconomico e delle circostanze eccezionali soprattutto per alcuni Paesi nella valutazione e nell’applicazione di questo strumento, che rimane essenziale e va reso più potente ed effettivamente più orientato alla crescita”.

http://www.wallstreetitalia.com/article.aspx?IdPage=1742778&utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+wallstreetitalia+%28Wall+Street+Italia%29

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Samsung Galaxy Alpha arriva in Italia a 699 euro

Il Galaxy Alpha arriva in Italia a 699 euro: è più leggero e più sottile del Galaxy S5, e vanta una scocca in metallo al posto della plastica.

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Il Samsung Galaxy Alpha costa 699 euro: l’azienda sud coreana ha annunciato lo sbarco in Italia dello smartphone molto simile all’ammiraglio di gamma Galaxy S5, in cui però la tradizionale plastica lascia il posto al metallo, almeno sulla scocca esterna. Abbiamo già parlato più volte di questo prodotto, e ve lo abbiamo anche mostrato in video dall’IFA 2014.

Sebbene sia innegabile la somiglianza con l’S5, si notano differenze nelle dimensioni e nel peso – 6,7 mm di spessore, 132,4 mm di altezza e 65,5 mm di larghezza, per 115 grammi – oltre che nelle dimensioni dello schermo: al posto del 5,1 pollici montato sul Galaxy S5 troviamo un Super AMOLED da 4,7 pollici con risoluzione di 720 x 1280 pixel

La configurazione prevede un processore Exynos Octa Core (quattro core a 1.8 GHz più quattro core a 1.3 GHz) affiancato da 2 GB di memoria RAM e da uno spazio di archiviazione interno di 32 GB. Non mancano poi la webcam frontale da 2,1 megapixel e quella posteriore da 12 MP. Come per il Galaxy S5 la dotazione comprende il sensore per rilevare il battito cardiaco, Wi-Fi ac, Bluetooth 4.0, NFC e Android KitKat.

La batteria ha una capacità di 1860 mAh, più piccola di quella da 2800 mAh dell’S5: bisognerà aspettare i test per capire quali svantaggi comporta. Quanto ai colori, il Galaxy Alpha sarà disponibile bianco, oro, nero, argento e blu.

Anche se il top di gamma resta il Galaxy S5, è chiaro che il nuovo modello Alpha si configura come un’alternativa di fascia alta, con materiali più pregiati, peso inferiore e migliore maneggevolezza grazie al display più piccolo.

JK Shin, CEO e Presidente di IT e Mobile Communication di Samsung Electronics, ha dichiarato che il Galaxy Alpha è stato “creato per soddisfare i desideri anche degli utenti più sofisticati” e che “punta sia sull’estetica sia sulla funzionalità”. Il listino è 699 euro, ma online iniziano già a circolare offerte un po’ meno esose. Ci farete un pensierino o preferite il Galaxy S5 in offerta?

http://www.tomshw.it/cont/news/samsung-galaxy-alpha-arriva-in-italia-a-699-euro/59447/1.html

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Eurozona: fiducia torna sotto media di lungo termine

(AGI) – Bruxelles – Peggiorano le aspettative di famiglie e imprese europee sulla situazione economica: il dato sul “sentimento economico”, calcolato ogni mese dalla Commissione europea sulla base degli indicatori della fiducia dei consumatori e dei responsabili dei diversi settori produttivi ed economici, e’ in calo sia nell’Eurozona, dove torna sotto la media di lungo periodo che aveva superato soltanto a dicembre 2013, sia in Ue. Il dato di settembre mostra una flessione di 0,7 punti nell’Eurozona, dove scende a 99,9, e di 1 punto nell’Ue a 28 paesi, e si attesta a 103,6. L’andamento negativo, spiega la Commissione, riflette le previsioni “piu’ caute” soprattutto fra i consumatori e nel settore del commercio al dettaglio. (AGI) .

https://www.agi.it/economia/notizie/eurozona_fiducia_torna_sotto_media_di_lungo_termine-201409291104-eco-rt10078